31/07/2007
Veltroni si prende a mattonate... l'Unità
Secondo le indiscrezioni, rilanciate dall'austera agenzia del Sole-24ore, a salvare (meglio, ri-salvare) l'Unità dovrebbero arrivare i re di mattoni e di denari, i fratelli Pierluigi e Claudio Toti, i padroni della Lamaro Appalti. Combinazione: sono anche massicciamente presenti nella cementificazione che il sindaco buono, Walter Veltroni, ha avviato ai quattro punti cardinali della capitale. Mattoni ovunque (loro lo chiamano «il volto nuovo di Roma che cresce»).
Ma torniamo al quotidiano fondato da Gramsci e affossato una prima volta nel 2000 (sospese le pubblicazioni) da Massimo D'Alema, grazie soprattutto alla montagna di debiti fatti da Walter durante la sua direzione megalomane. Ora da capo in pectore del Partito democratico Veltroni all'Unità, di cui per l'appunto è stato direttore, rischia di tornarci da padrone. L'assemblea dei soci il 7 maggio ha deliberato un aumento di capitale per due milioni di euro. Uno è stato versato. Entro oggi l'altro dovrebbe sottoscriverlo il gruppo Toti-Lamaro attraverso la Fondazione Silvano Toti, intitolata alla memoria del papà scomparso nel 1989 e che si occupa di cultura.
Ma non è l'unica partita che nella battaglia che infuria nel Botteghino e dintorni Walter sta vincendo. Tra Veltroni e i Toti c'è un feeling speciale: lui apprezza loro, loro apprezzano lui. Un amore corrisposto. Sentimento che a volte ci vede bene. In questi dieci anni, grazie alla leva finanziaria garantita anche dai consistenti progetti edilizi ottenuti dall'amministrazione comunale, i Toti-Lamaro hanno avuto uno sviluppo esponenziale. Entrando nel mondo delle banche e a far parte di quelli che si chiamano i «poteri forti». Oltre alle partecipazioni nella Banca Leonardo, sono soci di sindacato in Capitalia, in Mediobanca, sono partner per il settore immobiliare del Monte dei Paschi. E loro, amici di Veltroni, si sono aggiudicati metà del pacchetto di azioni (il 5%) di Rcs (editrice del Corriere della sera) di Stefano Ricucci, che invece era amico di Giovanni Consorte per cui tifavano D'Alema e Fassino.
E adesso l'Unità. Se sarà confermata la sottoscrizione dell'aumento di capitale e l'ingresso dei Toti come soci, Veltroni potrà contare sull'appoggio del foglio che resta nel cuore di una fetta del popolo di sinistra. Ma per favore non chiamateli «palazzinari». La radioweb «Veltroni sindaco di tutti» cita entusiasta Claudio Toti come «imprenditore attivo a Roma», che a sua volta loda «l'impegno del Comune di Roma». Nella capitale semmai li chiamano i «caltagirini», per la passione per le banche e lo stile appartato che condividono con l'ingegner Francesco Gaetano Caltagirone. Pierluigi, 59 anni, presidente della holding, laureato in giurisprudenza, la mente del gruppo, è il più riservato. Appena più frivolo Claudio, il fratello minore, ingegnere, che si diletta a parlare della loro squadra, la Virtus Roma basket (l'hanno ribattezzato «il Moratti della pallacanestro»). La parola d'ordine in famiglia è low profile: mai l'ombra del gossip. Impossibile beccarli a eventi mondano.
I Toti-Lamaro sono nella rosa ristretta di quelli tra cui l'amministrazione Veltroni ha distribuito l'alluvione di cemento di questi anni, cinque-sei nomi non di più: i Caltagirone (Francesco Gaetano e Leonardo), i Parnasi, i Santarelli-Bonifati, i Bonifaci. E appunto loro. Costruzioni per decine e decine di milioni di metri cubi, tutti in «variante al piano regolatore». Soldi a palate. I Toti-Lamaro forse hanno avuto più degli altri.
Tra i loro progetti, solo per fare qualche esempio, il mastodontico Centro polifunzionale «Porta di Roma» alla Bufalotta con la seconda mega-Ikea e 600 appartamenti di lusso, la nuova Fiera di Roma (solo qui 200mila metri quadrati), il nuovo centro Alitalia verso Fiumicino con il seguito - vista la crisi della compagnia di bandiera - di 110 ville diventate 300. Hanno acquistato e riaperto la Galleria Colonna, rimasta chiusa per un decennio e inzeppata di negozi; a loro è stata affidata la demolizione delle Torri del ministero delle Finanze all'Eur nonché la ristrutturazione della colossale area dei Mercati generali. E le loro realizzazioni nel diluvio cementifero non sono neanche le peggiori, anzi. Un solo neo. Ma perché soltanto un milione per l'Unità? La storica testata, voluta da Antonio Gramsci (che si starà rigirando nella tomba), meriterebbe molto, ma molto di più.
19:46 Scritto da: praticomondo in politica | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: politica, informazione, cultura, giornalismo, costume, società | OKNOtizie |
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GLI EDITORIALI DI ANTONELLO DE PIERRO DIRETTORE DI ITALYMEDIA.IT
Vergognati, Maurizio!
di Antonello De Pierro
E' un grido di dolore quello che si leva da qualche mese dal mondo della cultura, dopo che la televisione ha catapultato nelle case degli italiani il discusso programma denominato "Grande Fratello", creando un prodotto inconsistente, che è stato immediatamente e incomprensibilmente rapito dalle cronache dei media. E quando parlo di cultura naturalmente mi riferisco a quella con la c maiuscola, quella dei grandi (purtroppo pochi) uomini, quella nella sua accezione più ampia, quella che ha da sempre rifiutato di nutrirsi di surrogati ideologici e di imparare la lezione della buona ipocrisia, tanto amata dai più. Eppure la televisione, che ormai da anni affoga in una programmazione demenziale, diseducativa, ripetitiva e scadente, ci aveva abituati da tempo allo squallore delle telenovelas e della soap opera, incollando ai teleschermi il popolo televisivo delle casalinghe, col grembiule al ventre, che tra un bucato e l'altro, per innaffiare l'arido giardino della solitudine giornaliera, si incantavano e sognavano di fronte ai miti improbabili di "Beatiful" o di "Quando si ama". Si trattava sempre e comunque di artisti che, costretti da esigenze professionali e allettati da ingaggi stratosferici, legavano il proprio nome a produzioni di scarso valore culturale. Con il "Grande Fratello" si è valicato ogni limite di decenza, i colossali interessi economici hanno relegato in soffitta qualsiasi senso di moralità. Un manipolo di ragazzi comuni, messi per cento giorni a colloquio con l'occhio freddo di una telecamera "guardona", sbattuti davanti a pupille spalancate collegate a cervelli altrettanto ristretti, e scaraventati verso una notorietà di cartone non supportata da un'adeguata preparazione professionale. Un business ben congegnato, che ha affondato facilmente le radici in un terreno intriso di sottocultura e ignoranza, atto a spremere come limoni le illusioni di un gruppo di giovani che forse avrebbero potuto intraprendere carriere sicuramente più idonee alle loro attitudini, piuttosto che essere magnificati dai "polli d'allevamento" dell'Italia provinciale che si entusiasma di fronte a tutto ciò che passa sul piccolo schermo, ma essere sottoposti giustamente al mortificante rito dell'irrisione da parte delle vere teste pensanti nazionali. Ed ecco invece i vari Pietro, Salvo, Marina, Cristina, Rocco, Lorenzo, invasati da una droga che si chiama successo, correre con la naturalezza dell'inevitabile, a suon di apparizioni varie, verso un futuro incerto, segnato da suggestioni pseudo-professionali. Di fronte ad una tale situazione non posso avvolgere le mie parole nella carta zuccherata e rinunciare a dissotterrare l'ascia di guerra della polemica. C'è una categoria in Italia fortemente rappresentata, quella degli artisti veri, spinti dal comando imperioso di un'acrobatica passione per lo spettacolo, che annaspa da sempre nell'oceano della precarietà e vive costantemente in bilico sul baratro della disoccupazione. Le scuole di preparazione artistica ne sfornano a centinaia; basta girare i teatri, anche i più piccoli, per scoprire veri talenti, di cui l'Italia non è mai stata avara. E invece ecco apparire improvvisamente sulla scena Marina La Rosa, che ubriacata dalla popolarità riesce ad offendere finanche quei fotografi che da sempre hanno fatto la fortuna dei vip, definendoli "braccia rubate all'agricoltura"; la Sofia nazionale ancora venera i professionisti dei flash a raffica ( comunque c'è da dire che sulla Loren le brume del mito si sono posate davvero). Ma il prodotto più scandaloso si chiama Pietro Taricone, che calzando la sua normale faccia da bullo di paese riesce incredibilmente a vendere la sua presenza a fior di milioni nelle discoteche di provincia e nei suoi sogni lascia ingenuamente galleggiare un futuro alla Kevin Costner: l'importante è crederci, ma purtroppo il risveglio sarà doloroso e disastroso
E' già criticabile l'operazione, che ha messo a nudo il livello di sottocultura di gran parte degli italiani, ma purtroppo per i produttori televisivi, non è facile sacrificare i propri interessi sull'altare della cultura, della moralità e del buonsenso. Ma quando un giornalista di grande spessore, con vocazione da imprenditore, marcia con i cingoli sopra ogni principio etico-professionale, allora
il caso diventa inquietante. Quanta popolarità in meno avrebbero ottenuto i ragazzi "usa e getta" del "Grande Fratello" se non fossero stati foraggiati dall'ala protettiva di Costanzo, che li ha aiutati a continuare la semina dei germi di tutti gli aspetti deteriori dell'odierna società? Probabilmente i valori del grafico di notorietà sarebbero molto più modesti. Caro Maurizio, pesa su di te una forte responsabilità morale, sia nei confronti di quelli che il successo l'hanno cucito sulla propria pelle, strappando l'ago e il filo a rinunce e sacrifici fatti nelle scuole, nei teatri, nelle piazze, e sia nei confronti delle fasce più deboli dell'esercito dei telespettatori. Ho visto un giorno in un mercato un bambino giocare con dei soldatini e chiamarli con i nomi dei protagonisti del grande fratello. Hai sostenuto una trasmissione che, anche se con un ipocrita "bip" celava certe espressioni colorite, non dava comunque molto spazio all'immaginazione per capire, risultando quindi altamente diseducativa, tenuto conto anche della fascia oraria in cui veniva trasmessa. Sono tanti i petali di simpatia persi da te in questa occasione. Infine, colpito da un delirio di onnipotenza hai pensato bene di organizzare una puntata chiamata "Pietro contro tutti" in prima serata, con un Taricone versione re dei "coatti", con canotta strizzamuscoli senza maniche, a troneggiare sul palco del teatro Parioli, ingaggiando un vittorioso "braccio di ferro" a colpi di audience con "La Piovra", pellicola a interesse sociale in onda su Raiuno, mettendo a nudo ancora una volta, se qualcuno avesse avuto qualche ulteriore dubbio, il livello culturale dei telespettatori del "Maurizio Costanzo Show". Un'ennesima conferma di come un grande giornalista abbia potuto bruciare sulla graticola dell'interesse economico, perché audience per te vuol dire sponsor, non dimentichiamolo, la propria credibilità professionale. Del resto in nome dell'audience avevi già rifiutato di ospitare in trasmissione i rappresentanti del "Comitato Vittime del Portuense", perché chiaramente ventisette morti per te non hanno importanza, sono solo una lugubre contabilità di normale amministrazione giornaliera, di fronte al sacro inchino al potere dello sporco Dio denaro, a cui ti sei convertito e sottomesso. Vergogna!
Scritto da: ufficio stampa | 14/08/2007
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